Fino a qualche tempo addietro
il raro visitatore che, magari per sbaglio, arrivava a Savoia di Lucania,
rimaneva colpito soprattutto dall’aspetto desolato di questo
paese e nemmeno riusciva a sospettare la ricchezza storica ed ambientale
di un territorio che solo se osservato superficialmente può
apparire privo di stimoli.
Uno sguardo più attento però avrebbe portato il viandante
alla scoperta di tratturi di antichissima origine, di siti religiosi
(chiese) e civili (castello) di pregevole fattura, che, incuriosendolo
gli avrebbero fatto comprendere che non è possibile apprezzare
la Savoia di oggi senza averne prima conosciuto le origini.
Per arrivare a Savoia da Salerno si esce della Basentana e si inizia
la Viscigliata in località Marmo. Lì, nel 1860, all’epoca
della spedizione dei mille, un Salviano, Zaccaria Taglianetti, alla
testa di un manipolo di armati, riuscì a disarmare la gendarmeria
borbonica. Lo stesso Taglianetti si distinse successivamente anche
nella repressione del brigantaggio per cui fu autorizzato a fregiarsi
della medaglia commemorativa dell’indipendenza e dell’unità
di Italia, istituita con decreto reale del 4.5.1865.
Da Potenza invece, l’accesso al territorio del Comune avviene
di norma attraverso lo svincolo della S.S. Basentana, posto all’altezza
della frazione Perolla. Questo luogo fu teatro di antiche vicende
giacche deriva il proprio nome da Perolla, figlio del condottiero
Romano Pacuvio Calavio Capuano. Intorno al 200 a.c. quando Roma e
Cartagine si sfidavano per il dominio del mondo, il già citato
Perolla decise di rischiare la vita per tentare di uccidere nottetempo
Annibale che precedentemente aveva inflitto, a capo del suo esercito
gravi sconfitte ai Romani. Così pur sapendo che se scoperto
sarebbe stato ucciso, il giovane penetrò all’interno
del Campo Cartaginese, dove, sorpreso, trovò la morte ad opera
delle sentinelle.
Spesso la realtà si mescola alla legenda, ma che la zona abbia
visto insediamenti romani è documentata dalla presenza, all’altezza
dell’attuale scuola materna, di tombe romane oggi non visibili,
ma oggetto in passato, di sopralluoghi da parte della soprintendenza
archeologica. Ciò fa anche supporre che la battaglia citata
negli annali al c.12 del libro 25, di Tito Livio avvenuta nel 212
avanti cristo fra Cartaginesi e Romani abbia avuto luogo proprio al
confine tra i Comuni di Vietri e Savoia in zona Campitelli, dove esiste
ancora, quella che il Lacava ritiene essere la Fontana di Annibale,
presso la quale sono stati rinvenuti frammenti di ceramica antica
colorata con vernice nera. Questa zona è anche il scenario
di antici fossili rivenuti dove una volta era localizzato il
Lago di Buda.
A qualche chilometro da Perolla sorge la frazione Fossati dove si
può ammirare il “Casino
di Monsignore”. L’edificio fu fino al 1700 la residenza
estiva dei vescovi della diocesi di Satriano. Oggi però ne
restano solo alcuni ruderi. A distanza di 100 metri a valle è
stata ritrovata una pietra su cui è scolpito lo stemma della
diocesi di Satriano, diocesi rappresentata da una mitria papale in
miniatura.
Attraverso un ripido sentiero, all’altezza dell’attuale
zona artigianale, si arriva a Macchia Carrara, il punto più
alto di Savoia. Di lì, è facile scorgere la Torre di
Satriano la cui costruzione risale al Medio Evo ad opera dei Normanni
che la fortificarono e la munirono di un fossato antistante collegato
alle mura di cinta dentro le quali sorgeva la città di Satriano.
Satriano d’altra parte ha grande importanza sulla nascita di
Salvia. Si narra, infatti, che “nel 1421”, al tempo della
Regina Giovanna II di Napoli, Antonio de Ricciardis e Meluzio Guernieri,
suo cognato, accompagnando da Terlizzi come prefetti della reale milizia
una nobile donzella destinata al servizio della regina, abbiano fatto
sosta a Satriano per trascorrervi la notte. Alcuni giovani del paese,
attratti dalla bellezza della ragazza, la rapirono usandole violenza.
I due cavalieri andarono allora a Campagna e, dopo aver raccolte tre
compagnie di avventurieri, con asse, assalirono all’alba del
giorno dopo Satriano mettendola a ferro e fuoco. Gli scampati cercarono
rifugio nei campi e presso le masserie di Salvia che, da poche case
sparse, divenne per la prima volta un piccolo villaggio e successivamente,
un feudatario, quello di Guarnius de Salvia. Sotto gli Aragonesi,
Salvia si trovava nel 1476 posseduta da Mattia da Gesualdo e nel 1486
dal fratello Nicola da cui passava ad Antonio Caracciolo.
Seguendo la strada Comunale, quando si inzia a vedere le prime case
arroccate, il visitatore intravede un taglio applicato nella parete
rocciosa di fronte che nasconde una grotta detta quella dell’Angelo,
di lì, è facile raggiungere l’abitato del capoluogo,
dominato dal Castello
e dalla Chiesa Madre.
Il primo viene fatto risalire al periodo svevo e sembra che sia stato
fatto erigere da Federico II allo scopo di costituire un punto di
sosta per i viandanti lungo il tragitto che da Caggiano portava a
Satriano e a Potenza.
Oggi l’edificio è composto da un piano seminterrato,
da un piano terra a livello del cortile interno, da un primo piano
e da un piano sottotetto molto ampio, in alcuni punti adibito ad abitazione.
Di rilievo dal punto di vista artistico è l’interno del
vano tetto, situato sulla facciata est, unico esempio di pittura parietale
rimasta, databile intorno alla fine dell’800.
La Chiesa Madre, invece, ebbe la sua origine nel 1585, quando le due
antiche cappelle del S.S. Redentore e del Rosario, costruite verso
il 1450, furono riunite sotto il nome di S. Nicola di Bari.
Dalla piazza la strada comunale che diventa provinciale scende fino
alla Vallina, dove scorre il fiume Melandro. Il Melandro fu molto
importante nell’antichità, come dimostrano i reperti
rinvenuti e portati a Potenza, non solo per la sua lunghezza ma anche
per il suo percorso che creò le basi essenziali nelle epoche
preistoriche per i contatti economici e sociali con l’interno
della Regione. Ad esso solevano inoltre abbeverarsi, nel Vallone
del Tuorno, fino a qualche tempo fa le lontre e i cinghiali che
erano molto numerosi nei boschi attigui. Oggi i boschi sono il regno
degli ovuli, dei porcini, dei gallinacci e dei cardoncelli, mentre
la fauna è ricca di lepri, volpi, faine, donnole e di qualche
tasso.
Interrogando i Salviani, il turista viene a conoscenza dell’etimologia
del nome del paese, infatti il luogo si denominava originariamente
SALVIA dal nome della pianta erbacea avente lo stesso nome.
Il 17 novembre 1878, però un cittadino, Giovanni
Passannante (N. 18.02.1845 - M. 14.02.1910) attentò in
Napoli alla vita del re Umberto. L’attentato fallì perché
il Ministro Carioli si frappose fra Passanante ed il re, cosicché
la pugnalata destinata a quest’ultimo non raggiunse il bersaglio.
Il Comune di Salvia per riabilitarsi nei confronti della casa regnante,
chiese (consigliato da autorità monarchiche) che gli fosse
cambiato il nome in Savoia di Lucania, cosa che fu sancita dal R.D.
03.07.1879.
A qualche chilometro di distanza dal capoluogo, sorge la chiesa di
S. Maria delle Grazie
che dà il nome al luogo che la ospita. L’epoca della
sua costruzione è incerta, mentre un epigrafe su pietra riporta
la data del 26.08.1902, quando fu effettuata la sua ultimo ristrutturazione.
La presenza di tante chiese, oltre a quella citata sono da ricordare
la ristrutturata cappella di San
Rocco, dell’Annunziata e quella della Madonna del Carmine
è sintomo di una diffusa religiosità dei Salviani, le
religiosità che deve aver protetto il paese da due grandi catastrofe
la Frana del 30.11.1915
e il terremoto del 23.11.1980. Il primo disastro fu improvviso e più
imponente del previsto, ma non inaspettato.
La collina Costa la Serra che sovrasta Savoia aveva manifestato precedentemente
altri movimenti franosi, ma mai di dimensioni rilevanti. Nell’occasione
citata una frana, larga 200 metri e lunga oltre un chilometro, travolse
case e palazzi.
Le famiglie più agiate abbandonarono il paese mentre a coloro
che restarono non furono elargite dallo Stato che le spese per demolizione
e puntellamenti. All’episodio sono collegate numerose testimonianze
che a volte sconfinano nel leggendario. A dette degli abitanti più
anziani, sembra che una grande croce sia rimasta in piedi lungo tutto
il percorso dalla piazza alla Vallina e che un gallo abbia effettuato
lo stesso percorso ruotando su una botte pieno di vino. L’accenno
al gallo è tipico nelle “magie” Salviane giacche
nell’antichità si era soliti osservare il pennuto che
se cantava muovendo la testa dall’alto in basso era di malaugurio
e se invece la muoveva dal basso all’alto era augurio.
Sessantacinque anni dopo il 23 novembre 1980 alle ore 19:34 un terremoto
del nono grado della scala Mercalli sconvolse il tranquillo vivere
dei Salviani. Il sisma fu terribile. La situazione nella zona apparve
subito critica per l’ampiezza del territorio colpito e la sua
struttura, per la caratteristica dei paesi costruiti “a presepe”,
tra monti con scarse strade strette e tortuose e case vecchie di secoli,
per la scarsa disponibilità di mezzi meccanici per scavare,
per la carenza di personale tecnico con esperienze ed attrezzature
adeguate. Se Savoia non ebbe vittime dovette comunque subire i disagi
di tutti i paesi terremotati. Molti furono gli abitanti che rimasero
sotto le tende di fortuna prima e in roulotte prive di riscaldamento
poi, a fare i conti con un inverno assai rigido. Sono passati ormai
quasi 22 anni da quei terribili giorni.
Infatti, una volta completata la ricostruzione, numerose masserie
potrebbero essere in grado di ospitare forestieri desiderosi di trascorrere
una vacanza particolare. Questi ultimi potrebbero ritemprarsi lo spirito
e il corpo nella quiete del territorio Salviano dedicandosi magari
alla pesca (trote, barbi, cavedani e anguille) o alla caccia (lepri,
volpi, etc.). Potrebbero, inoltre cercare nei boschi funghi, asparagi,
fragole e more ed imparare la tecnica della loro conservazione.
I più fortunati avrebbero l’opportunità di assaggiare
il famoso pecorino (ormai rarissimo) e di apprezzare le saporite soppressate
accompagnate da un buon bicchiere di vino rosso locale. E’ comunque
in occasione delle feste che riaffiora il tradizionale spirito Salviano,
allora, al suon dell’organetto, i Salviani che a volte indossano
ancora i costume tradizionali, sciolgono al vento i canti popolari
tramandati da generazione in generazione.
E’ questo un inno alla vita, un voler dimenticare le angustie
giornaliere per professare una indiscussa fiducia in un domani migliore.