Il Lago di Buda
Gli uomini, vivendo, lasciano tracce delle loro storie:
talvolta sono documenti scritti proprio con l’intenzione di far
conoscere ai posteri alcuni eventi importanti. Molto più spesso,
invece, si tratta d’oggetti prodotti per altri scopi e giunti
fino a noi: le abitazioni, gli utensili, i monili …. testimoniano
la vita degli uomini che ci hanno preceduto. Compito dello storico è
servirsi di queste tracce per far rivivere le vicende del tempo che
fu, svelarne i segreti e ricostruire la storia degli uomini. Oltre allo
storico anche il paleontologo si occupa del passato. Egli effettua il
suo lavoro esaminando le ossa fossili che trova sepolte sotto gli strati
del terreno. I fossili sono resti pietrificati d’organismi viventi
(piante, animali, oppure uomini). Essi contengono sostanze radioattive
che diminuiscono a poco a poco con il passare del tempo; misurando la
quantità rimasta, il paleontologo può stabilirne l’età
con notevole precisione.
Il discorso relativo alla ricerca storica può apparire lontano
dagli interessi dei Salviani, ma non lo è. Per migliaia d’anni,
raccogliendo conchiglie marine o altri fossili nei dintorni dei Campitelli,
gli antichi abitanti di Savoia devono essersi chiesti come potevano
essere arrivati fin là. Ebbene oggi sappiamo per certo che proprio
in quella zona durante la Grande Epoca Glaciale (1 milione d’anni
fa) c’era il mare. Le acque poi, ritirandosi, consentirono il
riemergere delle terre e la formazione di laghi. Uno di questi, denominato
lago di Buda, rimase presente sul territorio Salviano fino a qualche
centinaio d’anni fa giacché un’antica mappa del 1700
ne segnalava ancora la presenza. Stimolati da questa scoperta alcuni
giovani esperti in computer si sono recati sul posto e, dopo aver effettuato
una pregevole raccolta di conchiglie fossili, si sono sbizzarriti nel
ricostruire, attraverso le immagini multimediali, il lago ormai scomparso.
I risultati ottenuti, apprezzabili sotto tutti i punti di vista, costituiscono
un mirabile esempio di come tracce del passato e mezzi futuristici,
possono concorrere ad una più precisa ricostruzione dell’identità
Salviana.
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Il Casino di Monsignore
Il Feudo ecclesiastico di Castellaro a Perolla è
un vasto territorio che fu donato dal principe normanno, Goffredo il
Guiscardo, nel 1011 alla chiesa di Satriano con tutti i diritti feudali;
un feudo che i Vescovi di Satriano, cui nel 1525 fu unita la chiesa
di Campagna, possedettero pacificamente fino agli inizi dell’età
moderna e che poi dovettero difendere con le unghie e con i denti sia
dagli assalti armati che dalle lunghe controversie giuridiche dei turbolenti
feudatari vicini, sia dai contadini e proprietari di Salvia; di Pietrafesa
(Satriano di Lucania, di Sant’Angelo le Fratte, di Tito e di Picerno).
La storia del feudo di Castellaro è la seguente: dal 1736 fu
Vescovo della Diocesi di Campagna e Satriano Giovanni Angelo Anzani
che resse con mano ferma e con grande senso pastorale la Diocesi per
34 anni. Il vescovo Anzani ebbe una lunga causa con gli abitanti di
Salvia;, presso il sacro Consiglio di Napoli per il possesso del feudo.
Gli abitanti di Salvia avevano cercato di ottenere la servitù
di coltivare il territorio, poiché il vescovo resisteva, i coloni
di Salvia abbandonarono il territorio e giurarono che non vi sarebbero
più tornati. L’Anzani si caricò di debiti, ma non
cedette dal rivendicare il feudo di Castellaro “libero e immune
da servitù”, lite giudiziaria che si concluderà
nel 1752. Al vescovo Anzani si deve anche la costituzione nel feudo
di Castellaro di una fattoria, pericoloso abitare, eccetto nei periodi
estivi. Alla morte dell’Anzani, avvenuta a Napoli il 12 febbraio
1770, si procedette tre giorni dopo all’inventariazione dei beni
in tutte le residenze Vescovili, a Campagna, a Cggiano, a Sant’Angelo
le Fratte, a Salvia e al Casino del feudo di Castellaro e Perolla attraverso
la minuziosa procedura amministrativa prevista dalla Bolla di benedetto
XIV. Dall’inventario dello spoglio del Vescovo Anzani si desume
che il palazetto di Castellaro, nella località che ancora oggi
conserva l’antico toponimo “Casino di Monsignore”,
era più simile ad una “masseria” che ad una vera
e propria residenza di campagna di tipo borghese. Con le sue guardiole
e feritoie ai quattro angoli del fabbricato, si sarebbe scambiato per
un fortilizio, se a dargli una connotazione diversa non ci fosse stata
la Cappella costruita nella parte posteriore e che probabilmente dovette
costituire il primo corpo di fabbrica. Lo “spoglio” conferma
che il Vescovo non visse da principe. L’ambiente in cui viveva
il Vescovo era primitivo, rozzo, senza molti commerci, proprio di un’economia
agricolo-pastorale, impervia e desolata.
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La Grotta dell’Angelo
Per gli uomini di tutte le epoche, le grotte sono sempre
state luoghi speciali: ingresso nel mondo sotterraneo, porta degli spiriti
della terra, rifugio di terribili mostri, luoghi d’apparizioni
sacre o d’iniziazioni misteriche. E’ da sempre, in questi
luoghi, l’uomo ha lasciato segni della sua presenza; per questo
gli archeologi cercano nelle grotte le testimonianze del nostro passato
più lontano. Non tutti sanno però che anche Savoia ha
la sua grotta più o meno misteriosa.
Essa è dislocata nella parete destra del Canalone che costeggia
la strada che dall’uscita del paese porta verso il “verde
attrezzato”. La grotta non è di facile individuazione,
perché dalla carrossabile è possibile scorgere solo una
piccola fenditura nella roccia che non lascia sospettare esistenza di
una cavità abbastanza ampia. Va detto comunque che la grotta
in questione è legata ad una singolare leggenda che fa parte
della tradizione orale Salviana. Sembra, infatti, che diversi anni fa
un pastore che pascolava nei pressi venisse attirato da un chiarore
proveniente dalla fenditura. Avvicinatosi, rimase molto meravigliato
nello scoprire proprio lì, quello che si dichiarò essere
un angelo. Il personaggio chiese poi, per rimanere sul posto e proteggere
Savoia, che gli fosse costruito, su quella stessa roccia, una piccola
cappella. Il pastore nei giorni seguenti cominciò, aiutato dalla
gente del paese, a trasportare alla bocca della caverna il materiale
necessario per la costruzione della cappella. Ma l’opera d’edificazione
non procedeva a ritmo sostenuto cosicché l’Angelo decise
di ritornare per sempre in cielo. Come si è detto quanto esposto
fa parte della leggenda, ma ancora oggi che riesce faticosamente ad
arrampicarsi fino all’ingresso della grotta vi può individuare
fra mille chiaroscuri dell’interno l’immagine dell’Angelo.
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Il Castello
Il castello di Savoia è da sempre parte integrante
del centro storico del paese, centro storico che presenta ancora oggi
i tratti tipici dell’architettura medioevale. Dall’edificio
si dipartono, infatti, tanti vicoli e viuzze lungo le quali sorgono
antiche abitazioni, la cui recente ricostruzione ha lasciato integre
le caratteristiche originarie del paesaggio. Il castello vide probabilmente
l’inizio della sua costruzione nella seconda metà del 1200,
per opera degli Svevi, che intesero costruire in Salvia un luogo di
sosta per i viandanti che da Caggiano solevano dirigersi verso Potenza.
Uno studio attento delle mura perimetrali, fa supporre che la sua conformazione
fosse inizialmente ad “elle” (costituita dai lati sud ed
ovest) e che solo in un secondo momento si aggiunsero, per motivi difensivi,
i lati posti ad est ed a nord. Questa deduzione è suffragata
dal fatto che l’ala nord del fabbricato, ultima ad essere costruita,
presenta mura meno spese delle altre (circa 60 cm rispetto ai 2 m degli
altri lati). L’accesso al castello allora doveva essere coperto
ospitando in alto il deposito di fieno per i cavalli. Oggi l’immobile
è composto da un piano seminterrato prospiciente Vico 1 del Popolo,
da un piano terra a livello della corte interna, da un primo piano e
da un piano sottotetto molto ampio.
E’ importante, qui, sottolineare il suo indiscusso valore storico
(risale come si è detto ai tempi di FEDERICO II) e sociale che
ne faceva ieri il fulcro della vita del paese, come potrebbe esserlo
ancora oggi. Sarebbe, inoltre auspicabile che la ricostruzione salvaguardasse
il più possibile l’architettura originaria con l’eventuale
eliminazione di corpi aggiunti e la riapertura della loggetta, purtroppo
murata, ben visibile sul lato nord. Di rilievo dal punto di vista artistico
è l’interno del vano letto situato sulla facciata est,
unico esempio di pittura paretale rimasta databile intorno alla fine
dell’800.
Una volta completata l’opera di restauro, il castello, nel frattempo
interamente entrato a far parte del partrimonio comunale, potrebbe essere
rivalutato nel suo insieme come sede di un costituendo museo delle civiltà
contadine o come luogo d’esposizione per cimeli risalenti al periodo
fascista (vista la disponibilità espressa dal Signor Vernotico
proprietario di una collezione di straordinario interesse storico).
Ciò significherebbe una rivitalizzazione, non solo del castello,
ma dell’intero centro storico, al quale sarebbe restituita l’antica
dimensione sociale.
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Chiese Madre
La chiesa madre, l’attuale San Nicola di Bari, originò
da due antiche cappelle del S.S. Redentore e del Rosario costruite verso
il 1450, che furono riunite con bolla pontificia nel 1585. Nel 1785
la Chiesa venne ampliata e rifatta dal napoletano Maestro Arcangelo
Staffetta. L’edificio fu lievemente danneggiato da un terremoto
il 16 dicembre 1856. Più gravi sono stati i danni del sisma del
23 novembre 1980. Per quanto concerne i dati tecnici è da rilevare
che la misura massima dell’alzata è di 14 metri e la minima
di 6 metri. L’intera pianta misura 18 x 18 m con esposizione Sud-Est.
Il materiale impiegato per la costruzione è in pietra da taglio
cementata con malta comune e gesso, il soffitto centrale e le volte
laterali sono a stucco. Le volte laterali sono sorrette da colonne in
pietra da taglio. Il tutto assomiglia al stile Romanico. In essa si
ammira il magnifico altare maggiore, costruito con pietra levigata,
del Tempone, agro di questo Comune. Il soffitto era decorato da un quadro
su tela (1,40 x 1,0 m) stile Rinascimento 1700 raffigurante S. Caterina.
La chiesa è arricchita da sei teli che raffigurano ‘Gesù
che discute con i dottori’, ‘l’angelo sterminatore’,
‘Eliodoro il fondatore dei templi’, ‘Gesù che
scaccia i mercanti dal tempio’, ‘la caduta di Saul sulla
via i Damasco’ e ‘il diluvio universale’. Questi sei
stupendi quadri (opera forse del Pietrafesa) hanno cornice dorata e
misurano 2,84 x 2,48 metri ciascuno.
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Oasi
Ad ovest dell’abitato di Savoia di Lucania, sulla
sponda del torrente Tuorno, è ubicato il bosco Luceto. Alla zona,
vasta circa 70 ha e che si colloca ad un’altitudine variabile
fra i 400 e gli 800 metri sul livello del mare, si accede dalla strada
provinciale Vietri-Savoia. Al suo interno si trovano numerose sorgenti
naturali fra le quali merita menzione quella che eroga acque sulfuree,
particolarmente apprezzate anche in passato dagli abitanti del luogo.
Numerose sono le specie arboree presenti sul territorio. Ai grandi cerri
si accompagnano infatti, frassini, aceri ed olmi che assicurano ombra
e frescura anche nelle giornate in cui il solleone la fa da padrone.
Nel sottobosco, invece, sono rinvenibili asparagi, lamponi e fragoline,
molto apprezzate dagli occasionali visitatori. La fauna, poi, è
caratterizzata da numerosi mammiferi, quali il cinghiale, la volpe e
la lepre, mentre in cielo è facile poter osservare il volteggiare
di poiane, gheppi e nibbi. Com’è comprensibile sarebbe
opportuno valorizzare dal punto di vista della fruibilità turistica
le risorse ambientali presenti. D’altra parte in questi ultimi
anni numerose associazioni si sono battute perché non fosse attuato
un taglio indiscriminato dello splendido bosco, purtroppo invano. Le
persone più sensibili al “verde” hanno poi caldeggiato
la ristrutturazione dei due vecchi mulini ad acqua presenti lungo il
Vallone, mulini che potrebbero essere raggiunti mediante il potenziamento
della sentieristica esistente. Ma ciò che più merita di
essere valorizzato è senza dubbio lo spettacolare panorama che
si apre davanti agli occhi dell’escursionista che decide di seguire
avventurosamente il tortuoso percorso del Tuorno. Dopo che si sono percorsi
tratti in dolce declivio, le acque si gettano infatti, con notevole
violenze in fosse sottostanti creando cascate di notevole interesse
scenografico.
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Giovanni Passannante (da Salvia a Savoia a Salvia?)
Il turista che giunge casualmente a Savoia di Lucania
può rimanere interdetto nell’udire che gli abitanti del
paese si chiamano Salviani anziché Savoiardi. Per soddisfare
però la sua legittima curiosità al riguardo, gli sarebbe
sicuramente sufficiente domandare ai residenti il perché di tale
incongruenza. Li troverebbe tutti pronti a raccontare una singolare
pagina di storia, per vari motivi, poco pubblicizzata. All’epoca
della sua fondazione, attorno all’anno 1130, l’insediamento
abitativo venne chiamato dai coloni Salvia, nome derivato dal latino
“salvia”, la salvia, pianta erbacea che si riproduce spontaneamente
ed in modo diffuso nell’agro del paese. La denominazione rimase
tale per diversi secoli, cioè fino a quando il 3/7/1879 un Regio
Decreto impose al Comune il nuovo nome di Savoia di Lucania. Ciò
è collegato alla vicenda di Giovanni Passannante, giovane Salviano
(n. 19/2/1849 – m. 14/2/1910) che il 17 novembre 1878 attentò
a Napoli al re Umberto I, ferendolo leggermente. Infatti, per paura
che le conseguenze di quel gesto potessero ricadere su tutta la popolazione,
gli amministratori comunali, su consiglio degli stessi funzionari reali
che promisero anche grandi benefici, avanzarono istanza per il cambiamento
del nome da Salvia s Savoia, cosa che fu prontamente accolta dalla casa
regnante. Più di un secolo è trascorso dall’attentato
e la figura di Passannante che è stata in parte rivalutata, in
alcuni ha suscitato anche simpatia. Certamente il cuoco autodidatta,
che venne licenziato a Salerno perché offriva pasti gratuiti
ai poveri, che parlava di Repubblica Universale e che vagheggiava una
comunità perfetta, non meritava, dopo la morte avvenuta in carcere,
che gli fosse tagliata la testa e che il suo cervello fosse esposto
nel museo criminale di Roma quale esempio dimostrativo delle tesi del
lombroso. Egli, lungi dall’essere pazzo come l’ha voluto
qualificare il potere monarchico (solo un matto, si disse, poteva attentare
al re!) ha rappresentato più d’altri quelle “plebi
meridionali” che vissero in modo drammatico gli anni successivi
alla formazione del Regno d’Italia, caratterizzati da tassazioni
inique e povertà (e che produssero prima il brigantaggio e poi
l’emigrazione). E’ di questi giorni l’iniziativa d’alcuni
parlamentari lucani che hanno ottenuto che il cervello di Passannante,
rimosso dal museo in cui si trovava, venga riportato a Savoia dove riceverà
una cristiana sepoltura. Si tratta di una prima, dovuta, forma d’ammenda
nei confronti della memoria di chi pagò con l’ergastolo
(gli venne concesso la grazia per non farne un martire) la difesa delle
proprie idee.
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Madonna delle Grazie
La cappella della Madonna delle Grazie posta in contrada
S. Maria, costruita in pietra e malta comune. S’ignora l’epoca
della costruzione, forse nel 1890. Misura dell’alzata 6,50 metri
con esposizione a Nord con una pianta di m.9 x 5. Ogni anno vi si celebra
la Madonna del Latte in omaggio alla quale tradizionalmente i Salviani
gustano i caratteristici tagliolini nel latte. Sembra che tale tradizione
abbia origini antichissime (addirittura pagane) risalenti a quando le
gestanti si propiziavano la Dea della Fertilità consumando il
caratteristico pasto. Più di un esperto fra l’altro che
l’attuale chiesa sorga sui resti di un tempio dedicato alla Dea
in questione.
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San Rocco
San Rocco nacque nel 1295 a Montpellier, in Francia,
da illustre famiglia. Giovanni Rog, suo padre, ricopriva infatti la
carica di governatore della città e Libera, sua madre, era una
nobile e virtuosissima donna. Un prodigio accompagnò la nascita
del Santo: sul petto del bimbo comparve una croce di colore rosso che
gli doveva rimanere poi per tutta la vita.
A vent’anni Rocco perse prima il padre e poi la madre. Il ragazzo
allora invece di aspirare alle cariche spettategli per diritto di famiglia,
prima lasciò il ducato allo zio Bartolomeo Rog e poi vendette
tutte le sue personali sostanze per darne il ricavato ai poveri. Si
mise quindi in viaggio e, attraverso la Provenza, giunse in Italia che
a quel tempo era funestata dalla peste nera. Ad Acquapendente, in Provincia
di Viterbo, San Rocco chiese ed ottenne di potersi mettere al servizio
degli appestati. Sentendosi però impotente di fronte al morbo
micidiale, pregò con tanto fervore Dio che lo Stesso gli diede
la facoltà di fare miracoli. Così, con il semplice segno
della croce, guarì tanta gente che in breve tempo la peste fu
debellata. Partì allora alla volta della Romagna e anche li riuscì
a sconfiggere il terribile morbo che attanagliava le città di
Cesena e di Rimini.
Nel 1317 si recò a Roma dove rimase per tre anni sempre dedicandosi
alla cura degli appestati. Nel 1320 iniziò il viaggio per tornare
in Francia, ma giunto a Piacenza fu a sua volta colpito dalla malattia.
Allora, per non essere di peso ad altri, si ritirò in solitudine
in una capanna in mezzo al bosco. Lì lo andò a trovare
un cane che, prese l’abitudine di portargli, ogni giorno, un pane
e di lambirgli la piaga sulla gamba recandogli gran sollievo. Il padrone
del cane, Gottardo Pallastrelli, ammirato dalla figura di San Rocco,
decise di seguirne l’esempio e fece anch’egli voto di povertà.
A questo punto il Signore, vista l’umiltà del suo servo,
lo liberò dal male che l’opprimeva e gli diede l’ispirazione
del ritorno in patria. Giunto a Montpellier, nel 1322, fu scambiato
dagli abitanti per una spia e rinchiuso in carcere. Lì, dopo
cinque anni vissuti nell’oscurità di una cella, morì
il 16 agosto 1327. Solo allora una luce splendente che circondò
la sua salma e il segno di croce impresso sul suo seno consentirono
ai cittadini di riconoscerlo. Fra l’altro accanto al suo corpo
esanime fu trovata una miracolosa tavoletta sulla quale si poteva leggere:
“ Coloro che, minacciati dalla peste, ricorreranno all’intercessione
di San Rocco saranno liberati da questa calamità ”. Oggi
il suo corpo è conservato in una tomba di vetro nella chiesa
di San Rocco a Venezia che è meta del pellegrinaggio di molti
devoti.
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La grande frana del 1915
Il territorio di Savoia di Lucania è ricco di
rocce argillose e friabili che nel corso dei secoli hanno provocato
diverse frane. Tra queste la più importante è sicuramente
quella verificatasi nel 1915, accaduta cioè sei anni dopo l’altra
che aveva interessato nel 1909 la sponda sinistra del Vallone S. Lucia,
in una zona compresa fra il vecchio Cimitero e il fiume Melandro. Nella
notte fra il 28 e il 29 Gennaio, dunque si cominciarono a registrare
alcuni lievi cedimenti nell’area posta fra i due affioramenti
dolomitici del Serrone e del Tuorno. Poi, nella giornata del 29, il
movimento, riprese progredendo dal basso verso l’alto cosicché,
il mattino del 30 si ebbe il crollo delle prime case coloniche. La frana,
larga 200 metri e lunga oltre 1 chilometro, si staccò dalla Costa
la Serra e trasportò fino alla Vallina le macerie di diverse
abitazioni e un numero cospicuo di detriti provocando così, nella
notte del 30, anche il sollevamento del letto del Melandro. Le reazioni
degli abitanti di fronte a tanta rovina furono di diverso tipo. Ci fu
chi giurò di aver visto in quell’occasione un gallo arrivare
alla Vallina in equilibrio su di una botte (l’accenno al gallo
è tipico della “Magia Salviana” giacché nell’antichità
si soleva guardare il pennuto per trarne gli auspici); chi (si dice
40 uomini e 40 donne) decise di andare a recuperare la Croce, simbolo
di Resurrezione, che aveva compiuto diritta sulla frana tutto il percorso
fino al Melandro; chi infine, preoccupato di andare incontro ad una
morte imminente, pensò bene di consumare, il più presto
possibile, tutte le provviste precedentemente accantonate per l’anno
successivo. Di certo c’è che lo Stato, dopo aver fatto
costruire alcune baracche in località Ciurlia, si limitò
a fornire ai cittadini sinistrati il denaro appena sufficiente per puntellare
le case danneggiate. Così, coloro che se lo potevano permettere
si trasferirono al sicuro in città come Potenza e Napoli mentre
chi rimase dovette lavorare sodo per fare in modo che le case ritornassero
abitabili e che i prati e i campi recuperassero la perduta fertilità.
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